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La tropicalizzazione del mare Mediterraneo Stampa E-mail
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La tropicalizzazione del mare Mediterraneo
Pagina 2

Per dare una spiegazione a quello che oramai da tempo accade nel nostro mare, bisogna scomodare studiosi e per giunta di un certo calibro.

In questa spiegazione, gli studiosi del clima sono convinti che il surriscaldamento in atto dovuto all'effetto serra stia provocando

un significativo aumento della temperatura media globale con gravi ripercussioni sul clima e sulle attività umane;
questo potrebbe innescare una graduale tropicalizzazione del regime climatico mediterraneo con sensibili alterazioni meteoriche, prolungati periodi siccitosi, estati sempre più roventi.

Nel nostro paese si assisterebbe ad una divisione della penisola in due settori, in ambito pluviometrico: il Nord diverrebbe sempre più piovoso con rischio di alluvioni, l’Italia centrale (tranne la Toscana che sarebbe interessata da molta pioggia come il Nord) verrebbe a trovarsi in una via di mezzo, ma con meno precipitazioni rispetto al Nord. Tutt’altra situazione al Sud, ove, sempre secondo tale opinione, si dovrebbe assistere ad una marcata diminuzione del regime pluviometrico, con aumento dei periodi aridi e siccitosi, accentuati fenomeni di erosione del suolo dovuti sia al vento che alle piogge torrenziali, rischio concreto di desertificazione, particolarmente in alcune aree della Sicilia (nel Trapanese sembra che il fenomeno sia già in atto), della Puglia, della Sardegna meridionale e della Calabria meridionale, specie con riferimento al Reggino Ionico. I sostenitori del Global Warming lanciano l’allarme del riscaldamento globale e rendono noto che ondate di calore come quella sperimentata in Europa nel 2003, che causò circa 35.000 morti e perdite in agricoltura stimate in 15 miliardi di dollari, saranno  “normali” a metà del XXI secolo. Il riscaldamento globale favorirà nel futuro l’arrivo alle nostre latitudini di insetti provenienti dai tropici, apportatori di pericolosi virus e malattie. Da pochi anni in Italia si è assistito al proliferare della zanzara tigre, un “dittero” che a differenza delle “nostrane” comuni zanzare, che pungono e volano di notte, esse volano e aggrediscono l’uomo anche in pieno giorno, la loro strategia è caratterizzata dal volo basso e pungono le caviglie, la puntura è molto fastidiosa e in alcuni casi può arrecare febbre alta e shok allergici oltre ad una tumefazione della zona cutanea interessata. La stagione particolarmente pericolosa per il proliferare della zanzara è l’estate, quando, dopo violenti temporali, l’afa e i ristagni d’acqua piovana, nei tombini, nei copertoni in disuso delle auto, ne favoriscono la proliferazione allo stadio adulto. Da recenti osservazioni è risultato che il periodo più incisivo delle zanzare tigri va da marzo a novembre.Inoltre il riscaldamento globale sta facendo proliferare le cavallette, una piaga per i contadini (nell’estate del 2003 piccoli gruppi di cavallette si sono spinte sin verso il Trapanese).E’ stato ampiamente dimostrato come il riscaldamento globale abbia fortemente inciso sull’andamento pluviometrico: nel bacino del Mediterraneo si è registrato una diminuzione del 30% delle precipitazioni, al contrario sono aumentati i periodi siccitosi.Altri studiosi pongono piuttosto l’accento sulle probabili reazioni che il pianeta può mettere in atto per contrastare il riscaldamento antropico.In particolare negli ultimi anni si sta studiando l’andamento della Corrente del Golfo (termoalina).La salinità e la temperatura  influiscono sulla densità delle masse d’acqua e quindi sulla dinamica complessiva della circolazione oceanica, detta perciò termoalina. Le acque calde della Corrente del Golfo, proveniente dal Golfo del Messico, poco dense e leggere, viaggiano in superficie, dirigendosi verso Nord Est (Norvegia), spinte dai venti occidentali e dalla forza di Coriolis, effetto della rotazione terrestre. Durante il cammino la corrente perde calore (cedendolo all’atmosfera circostante, tramite evaporazione), l’acqua diviene più salata, quindi più densa e pesante, finché sprofonda in profondità dell’Artico, ritornando infine, scorrendo in profondità, al punto di partenza, ove riscaldandosi di nuovo, ricomincia il ciclo (Canigiani, 2007).

 
 

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